Per cinquant’anni l’hanno chiamata «l’ombra di Andreotti».  Vincenza Enea, la Segretaria con la “esse” maiuscola. «Trovava nel lavoro dall’alba alla tarda sera la sua soddisfazione psicologica, tenendosi sempre lontana da prospettive di vita di partito o di carriera», l’ha ricordata il giorno della sua morte Giulio Andreotti.La signora Enea che tutto vedeva, e sapeva, dava della segretaria l’interpretazione letterale: una che mantiene il segreto. La chiamavamo l’”ombra” perché, in effetti, era come Andreotti. Riservatissima. Giovanissima, era stata fascista sul serio e dopo la Liberazione finì in carcere, accusata di aver collaborato con la Repubblica di Salò . Nei due mesi di galera le toccò pure mangiare, pezzo a pezzo, la tessera del fascio, roba dura, pergamenata. Lei trangugiò e decise che mai si sarebbe iscritta a un altro partito. Della politica, infatti, pensava proprio tutto il male possibile: «La politica pulita nun ce sta». Ne pensava male, ma col cinismo – qualcuno direbbe “andreottiano” – di chi la vede da vicino, e ci convive. Quando, nelle rare interviste dopo il pensionamento, le chiedevano se Andreotti conosceva questo e quello, rispondeva da professionista: «Uno che fa politica ha molti rapporti. Cosa fai? Dici sì a questo e no a quell’altro? Devi sentirli tutti, e poi fai quello che credi». Possedeva, come il suo Capo, la grazia dell’ironia. «Non credo che sia mai stato mafioso. Non era il tipo dello sbaciucchione, quello al massimo avrà baciato i suoi figli, quando erano piccoli». Le chiedevano responsi: come andrà a finire con i processi, il caso Pecorelli, quello per mafia. E lei: «Speriamo che l’aiuti Santa Pupa. Anche se ormai, visto che poco ha fatto, sara’ diventata santa Pupetta».

Dal Corriere della sera