Il 21 giugno 1989, la polizia trova una borsa carica di esplosivo sulla scogliera dell’Addaura (alle porte di Palermo), dove sorge la villa di Giovanni Falcone, all’epoca procuratore aggiunto del capoluogo siciliano.

Un mese dopo, Falcone parla di “menti raffinatissime” a proposito degli organizzatori di quell’attentato. Nel corso di un’intervista rilasciata al giornalista dell’Unità Saverio Lodato dice: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi, ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”. Sono parole e interrogativi che restano di grande attualità oggi che i mafiosi sono in carcere, condannati per le stragi Falcone e Borsellino, ma nulla ancora sappiamo sulle “menti raffinatissime”. Il 27 ottobre 2000, il processo ha portato alla condanna di alcuni dei responsabili del fallito attentato: Salvatore Riina, Salvatore Biondino e Antonino Madonia. Dopo l’annullamento dell’assoluzione da parte della Cassazione e un nuovo processo sono stati condannati anche Vincenzo e Angelo Galatolo, a 18 e 13 anni. Condannati definitivamente pure i collaboratori di giustizia Giovan Battista Ferrante (2 anni e 8 mesi) e Francesco Onorato (9 anni e 4 mesi). Al vaglio dell’inchiesta anche le parole di un altro collaboratore, Vito Lo Forte, secondo cui all’Addaura ci sarebbe stata pure la presenza di uomini dei servizi segreti (Lo Forte fa riferimento all’agente Nino Agostino e all’ex poliziotto Emanuele Piazza).