Aveva solo 11 anni. Venne rapito il 23 febbraio 1990 a Curinga, nel catanzarese. Abita a Vibo, frequenta la scuola e in paese tutti lo conoscono. Non è un ragazzino normale, non si è più ripreso da un incidente stradale che lo ha costretto a una lunga convalescenza. La sera del 23 febbraio 1990 esce di casa per andare a giocare in Piazza Martiri dell’Ungheria. Lo vedono tirare calci al pallone. Poi scompare. Il ragazzo viene ritrovato in una pineta. La testa è immersa nella sabbia e il corpo semicarbonizzato. Difficile non pensare alla sorte che era toccata al padre del ragazzo. Nicola Purita era partito da Vibo alla volta di Milano, dove era diventato un facoltoso imprenditore edile, prima di venire coinvolto in diverse inchieste di mafia. Al suo rientro a Vibo, nell’ottobre ’82, era stato ucciso con un colpo di pistola alla testa, poi dato alle fiamme insieme a una Mercedes abbandonata nella zona di Francisca. All’inizio l’ipotesi seguita è quella di un tentativo di violenza da parte di un maniaco. Una pista destinata subito a cadere: il corpo del ragazzo non presenta segni di violenza. Si scopre che il bambino undicenne più volte è uscito da scuola in anticipo: le richieste con la firma falsa della madre sono state trovate nel suo diario. Che cosa ha fatto il piccolo Saverio per meritare la morte? Alla domanda nessuno ha saputo rispondere.