Potente politico siciliano, Salvo Lima legò la sua carriera prima a Fanfani e poi a Giulio Andreotti, del quale divenne il più importante referente in Sicilia, pur essendo stabilmente in rapporti con Cosa nostra. Il suo omicidio apre la stagione degli attentati del ‘92 e ‘93. Nel 1998, nel processo per l’omicidio Lima, vennero condannati all’ergastolo i boss mafiosi Salvatore Riina, Francesco Madonia, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Giuseppe Graviano, Pietro Aglieri, Salvatore Montalto, Giuseppe Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Benedetto Spera, Antonino Giuffrè, Salvatore Biondino, Michelangelo La Barbera, Simone Scalici e Salvatore Biondo mentre Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca vennero condannati a 18 anni di carcere e i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Onorato e Giovan Battista Ferrante (che confessarono il delitto) vennero condannati a 13 anni come esecutori materiali dell’agguato Secondo la sentenza del processo per l’omicidio dell’onorevole (emessa nel 1998), Lima si attivò per modificare in Cassazione la sentenza del Maxiprocesso di Palermo che condannava molti altri boss all’ergastolo; tuttavia però il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò gli ergastoli del Maxiprocesso e sancì la validità delle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta: per queste ragioni Lima venne ucciso, anche per lanciare un avvertimento all’allora presidente del consiglio Andreotti, che aveva firmato un decreto-legge che aveva fatto tornare in carcere gli imputati del Maxiprocesso scarcerati per decorrenza dei termini e quelli agli arresti domiciliari.. L’episodio citato è contenuto in “Una lunga trattativa” di Giovanni Fasanella, Chiarelettere, 2013. Susanna Lima, testimoniando sotto giuramento al processo per la presunta trattativa Stato – mafia ha rivelato, candidamente,rispondendo ad una domanda dell’avvocato Enza Rando, di aver percepito, dopo la morte del padre, il contributo del fondo di rotazione per i familiari delle vittime della mafia.