Scrive Concetto Vecchio su La Repubblica: L’istruttoria dell’agguato è stata affidata dalla colonna romana (Faranda, Gallinari, Casimirri, Algranati, Lojacono) a un giovane bierre di Primavalle, “Carletto”, 21 anni, che l’ha conclusa in fretta. La moglie di Palma, Matilde Interlizzi, ogni mattina lascia l’abitazione alle 7,30, attraversa la città fino all’Eur, dov’è funzionaria all’Inps. Il figlio, Fabio, 26 anni, all’ultimo anno di ingegneria, rimane a casa a studiare. Sentiti gli spari s’affaccerà dal sesto piano: c’è un capannello attorno all’auto del padre, la gente urla. Le Br rivendicano l’attentato un’ora dopo. Perché Palma? “Anche la semplice funzione di servizio va punita con la morte” scrive Paride Leporace in “Toghe rosso sangue” (Newton Compton Editori, 2009). “Carletto” ha il compito di sparare. Prospero Gallinari gli copre le spalle. Un’altra coppia di terroristi fa finta di amoreggiare nei paraggi. Ma quando si trova davanti Palma – un uomo come lui, non il simbolo che gli hanno descritto – è sopraffatto da una crisi di panico; Gallinari si fa avanti, “dottor Palma”, e gli scarica addosso la sua mitragliatrice. Molti anni dopo descriverà così quel tragico momento: “E’ la concentrazione totale in cui sono immerso a darmi la freddezza e la determinazione di reagire all’imprevisto. La paura, i conti con se stessi di fronte a certe scelte e decisioni, sono tutte cose che, in questi momenti, schiacci nel profondo dello stomaco per andare oltre”. Per sedici lunghi anni non si saprà nulla di “Carletto”, fino a quando i magistrati Franco Ionta e Antonio Marini riusciranno finalmente a dargli un nome: Raimondo Etro. Lo arrestano nel giugno 1994 di ritorno da un viaggio a Bangkok, dove s’era inventato una nuova vita: procurava modelle per fotoservizi porno. Lo condannano a 24 anni, trascorsi in buona parte ai domiciliari. Gallinari dal 1996 vive in libertà vigilata a Reggio Emilia, per ragioni di salute.