Il 31 marzo 1984 a Nardò (Lecce) due sicari uccidono con tre colpi di pistola Renata Fonte mentre raggiunge la sua abitazione. Dai tre livelli di giudizio sono stati individuati e condannati gli esecutori materiali, Giuseppe Durante e Marcello My, gli intermediari, Mario Cesari e Pantaleo Sequestro, e il mandante di primo livello, Antonio Spagnolo. Quest’ultimo, collega di partito di Renata e primo dei non eletti alle elezioni amministrative, avrebbe dato ordine di uccidere per risentimento nei confronti di Renata Fonte. Accanto ad una avversione personale di Spagnolo, la sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Lecce dichiara la presenza di ulteriori personaggi, non identificati, che avrebbero avuto obiettivi non raggiungibili con l’elezione di Renata Fonte. Nello specifico , si ipotizza che Renata Fonte con la sua attività di difesa del territorio abbia potuto impedire la realizzazione di forti guadagni mediante speculazioni edilizie nell’area del parco di Porto Selvaggio, oggi dichiarato Parco naturale regionale insieme alla Palude del Capitano. Alla storia di Renata vengono dedicati tre libri: La posta in gioco di Carlo Bollino, Il caso Fonte di Lino De Matteis; L’innocenza che insegna, Aa. Vv.; ed il capitolo: L’onore della testimonianza, nel libro Lotta civile di Antonella Mascali. Dal primo di questi testi viene tratta la sceneggiatura di G. Ferrara del film La posta in gioco (1987) di S. Nasca, con Lina Sastri nel ruolo dell’assessore.