Il penalista messinese fu ucciso dalla mafia durante il maxi-processo alle cosche per dare un segnale a tutti i difensori ritenuti “troppo morbidi”. Alla sbarra quasi 300 imputati, dei quali, un anno dopo gran parte furono assolti. Sull’assassinio dell’avvocato Nino D’Uva si farà luce soltanto anni dopo, grazie ai racconti dei pentiti. La sentenza di morte è stata “scritta” con una scarpa: dalle gabbie del maxiprocesso in corso a Messina per mafia volò uno scarpa che finì per colpire l’avvocato D’Uva. Era il segnale che un ragazzino, nascosto tra il pubblico, stava aspettando. Era il segnale che tutti gli imputati attendevano per scatenare il primo messaggio di guerra. Di lì a poco la sentenza venne eseguita, alle 19 del 6 maggio 1986. Il legale era nel suo ufficio, in via San Giacomo, stava per fare una telefonata. Era solo in quel momento ed aveva aperto il portone al killer. Forse non si è neanche accorto che mentre tentava di chiamare un collega la morte era entrata nel suo ufficio, aveva preso un cuscino dal divano, per attutire il rumore della calibro 7,65, gli era arrivata alle spalle della poltrona girevole. Poi uno sparo, uno solo,e l’avvocato Nino D’Uva, diventa con la sua morte il messaggio di terrore diretto dalle cosche a tutti gli altri. Nino D’Uva aveva 61 anni, era uno dei penalisti più noti di Messina, un uomo appassionato di pittura, teatro, musica, amava leggere, aggiornarsi. l maxiprocesso peloritano gli imputati sono 283, suddivisi in 4 cosche, tra Messina e Barcellona. Tredici imputati hanno scelto D’Uva come difensore.