Nel libro (p. 561), sono trascritte le ultime disperate parole di Mirella Silocchi in una lettera inviata al marito Carlo Nicoli. La donna è morta nella sua buia prigione. In catene. Mirella Silocchi, cinquanta anni, viene sequestrata il 28 luglio del 1989. Alle 8,25 è al telefono con lo zio. Sente suonare il campanello nella sua villa di Stradella di Collecchio. «Ci sono i carabinieri alla porta – dice -. Scusami zio, ma devo salutarti». Per la moglie di Carlo Nicoli, imprenditore specializzato in commercio di materiali ferrosi, comincia così il tragico viaggio verso il nulla. Alla porta, infatti, non sono i carabinieri, ma tre banditi venuti a rapirla. Uno è sicuramente vestito con una divisa da finanziere. I sequestratori hanno due automobili: una Fiat Uno grigio metallizzata e una Thema blu. Una vicina di casa sente le urla disperate di Mirella Silocchi e corre verso la villa, ma viene bloccata con rudezza e legata in cucina. Dopo pochi minuti, una telefonata al 113 fa scattare l’allarme. Ma i banditi hanno fortuna e in quella manciata di minuti riescono a dilegursi e a far perdere le loro tracce.
La prima lettera arriva a Carlo Nicoli il 23 agosto. I sequestratori stabiliscono il prezzo della vita di Mirella Silocchi: cinque miliardi di lire. Carlo Nicoli non ha la somma richiesta e cerca di spiegare ai banditi le sue difficoltà. Niente da fare: i rapitori sono irremovibili. «Vogliamo cinque miliardi – comunicano – altrimenti mutileremo la signora». Non è un bluff. Il 20 novembre, infatti, scade l’ultimatum e dopo appena due giorni, con una telefonata, i banditi fanno trovare un pezzo d’orecchio nella toilette di un’area di servizio sull’Autosole, a pochi chilometri da Parma. Ai primi di dicembre, arriva una drammatica lettera dell’ostaggio. È l’ultima. Nella busta ci sono anche quattro foto polaroid nelle quali Mirella Silocchi è ripresa in catene, con gli occhi socchiusi, e con un fucile puntato alla tempia. Intorno al capo, una benda intrisa di sangue.
Il 12 dicembre un uomo telefona a Carlo Nicoli e mostra un’apertura: «L’accordo può essere raggiunto sui due miliardi». Per la prima volta, il marito della Silocchi vede aprirsi uno spiraglio. E comincia a coltivare la speranza di rivedere la moglie viva. Ma è solo un inganno crudele. Dopo poche ore, infatti, il telefono squilla di nuovo. Uno sconosciuto dice di essersi dissociato dalla decisione dei suoi complici di uccidere l’ostaggio. Mirella Silocchi era stata dunque già condannata a morte e quei due miliardi erano l’estremo crudele inganno. Lo sconosciuto promette anche di aiutare l’imprenditore, ma non si farà più sentire. I banditi si faranno sentire con altre due telefonate. Poi, più nulla.

Dalla Repubblica