Nel libro (p. 580), le notizie sono tratte da Se muore il sud, di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, Feltrinelli, 2013. La disoccupazione si impossessò del quartiere, una zona di Napoli a forte vocazione turistica ma da sempre votata all’industria pesante: l’acciaieria Ilva, la Cementir e una fabbrica Eternit. Si sfiorò il 42%, e, come racconta Ermanno Rea nella sua La dismissione, la criminalità si affacciò nei vicoli abitati solo dalla classe operaia e con essa aumentarono, secondo uno studio citato nel romanzo, aggressività, patologie da stress, stati depressivi. Era il 1992 quando Bagnoli divenne orfana della sua acciaieria, tra le proteste degli operai e gli scioperi organizzati. Non servì a nulla. India e Cina si spartirono altiforni e impianti ancora funzionanti e quello che è rimasto alla città è una scia di sostanze chimiche e tossiche nei terreni e nel mare, una serie di progetti rimasti sulla carta, centinaia di milioni di euro spesi e non ancora sufficienti e bracci di ferro tra istituzioni politiche locali che in venti anni hanno cambiato colore ma non la litigiosità. Era il 1910 quando, sulla spiaggia di Bagnoli, fu inaugurata l’ Ilva, che appena nata era già un colosso, con tre altiforni da 250 tonnellate e duemila operai, che sette anni più tardi sarebbero addirittura raddoppiati. Cominciò allora la storia industriale di Bagnoli, per concludersi definitivamente nel 1992, con la chiusura dell’ Italsider. Nel 1990, il 20 Ottobre, si spegne l’ultimo altoforno.