Il 5 Febbraio 1988 la prima sezione della Corte di cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annulla 45 condanne per associazione di stampo camorristico, tra cui Antonio Bardellino,Francesco Bidognetti e Mario Iovine, perché la decisione d’appello non rispondeva ai requisiti di legge.
Con la carica di Presidente della prima sezione penale della Corte suprema di cassazione Corrado Carnevale aveva assunto di fatto il monopolio del giudizio di legittimità sulle sentenze di mafia. In questa veste il collegio da lui presieduto cancella circa cinquecento sentenze di mafia, per vizi di forma, guadagnandogli il soprannome l’ammazzasentenze. Stante la fama che circondava Carnevale, Giovanni Falcone, diventato direttore degli Affari Penali, e il Ministro della Giustizia Claudio Martelli, intodussero un criterio di rotazione delle sentenze, e così fu sottratta a Carnevale la decisione finale sul Maxiprocesso alla mafia. Il 30 gennaio 1992 la Cassazione rende definitive le condanne ai mafiosi. Secondo le ricostruzioni storiche, Totò Riina aveva avuto precise garanzie sull’assoluzione in Cassazione degli imputati, e, infuriato per il tradimento, decise di fare un “attentatuni” per eliminare Falcone e mostrare la potenza di fuoco di Cosa nostra in Sicilia. Il 29 giugno 2001 Carnevale fu condannato dalla Corte d’appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa a 6 anni di carcere, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e all’interdizione legale lungo l’arco della pena. La sentenza finale in Cassazione del 30 ottobre 2002 lo ha assolto con formula piena, senza rinvio, ribaltando la sentenza della Corte d’Appello, constatando prove insufficienti a sostenere tali accuse. Nel libro “Un giudice solo”, del 2006, Carnevale, a colloquio con Andrea Monda, racconta la sua verità. In conseguenza dell’assoluzione e a ricostruzione della carriera interrotta, una serie di normeprodotte durante il Governo Berlusconi II e IV consente a Carnevale, di essere reintegrato come giudice operante in Cassazione, e di concorrere alla carica di primo presidente, nonostante i limiti di età.