Il maxiprocesso si conclude con 360 condanne. Quando il capo dell’Ufficio istruzione di Palermo Antonino Caponnetto considera finita la sua missione e va in pensione, sembra naturale che al suo posto sia nominato Falcone. Ma la maggioranza del Csm fa valere il criterio dell’anzianità e non della competenza, e nomina Antonino Meli, magistrato con scarsissima esperienza di mafia. A favore di Meli e contro Falcone, votano anche due dei tre componenti del Csm eletti nelle liste di Magistratura Democratica. Meli, appena insediato, smantella il pool, teorizza che tutti si devono occupare di tutto. Così Falcone si deve occupare di indagini su scippi, borseggi, assegni a vuoto. Borsellino, l’amico fraterno, si ribella, rilascia interviste nel corso delle quali lancia accuse di fuoco. Finisce a sua volta sul banco degli accusati, costretto a doversi difendere al Csm. Le parole qui riportate sono proprio di Meli, in un’intervista dell’Agosto dell’88 al giornalista Luca Rossi.