Nel libro (p. 502) è riportato un passo della descrizione che Giancarlo Liviano D’Arcangelo fa dei dintorni della centrale termonucleare del Garigliano, e contenuta nel suo reportage Invisibile è la tua vera patria (il Saggiatore, 2013). Una “ricaduta” del disastro nucleare di Chernobyl – non di radioattività, ma di carattere politico – fu per il nostro Paese anche il risultato dei referendum dell’8-9 novembre 1987, quando gli elettori italiani abrogarono a larga maggioranza le tre norme poste in votazione che di fatto sancirono l’addio dell’Italia al nucleare. Secondo Il Sole 24 Ore ci è costato 45 miliardi di euro. Il Paese ha dovuto sopportare maggiori spese di generazione elettrica per via della crescita del prezzo delle fonti fossili. Nel 1986 si registrò il più grave incidente in quarant’anni di applicazione pacifica dell’energia nucleare: all’1,23 del mattino del 26 aprile, per una serie di manovre sbagliate, ci fu un’esplosione nell’edificio del reattore 4 della centrale di Chernobyl, 120 chilometri a nord di Kiev, oggi Ucraina, allora Unione Sovietica. L’esplosione sviluppò radiazioni 200 volte superiori a quelle delle atomiche sganciate dagli americani su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 e investì per centinaia di chilometri quadrati Bielorussia e Ucraina, fino a lambire la Danimarca, la Scandinavia e perfino il nostro Paese. Lo sfruttamento dell’energia nucleare in Italia ha avuto luogo tra il 1963 e il 1990. Le quattro centrali nucleari italiane sono state chiuse per raggiunti limiti d’età, o a seguito dei referendum del 1987. Il dibattito sull’eventuale reintroduzione dell’energia nucleare che si era aperto fra il 2005 ed il 2008, si è chiuso con altri referendum abrogativi del 2011, in cui sono state abrogate le normative per l’ambito nucleare da elettroproduzione. Fu il fisico italiano Enrico Fermi a innescare la prima reazione nucleare a catena controllata della storia: utilizzò uranio naturale all’interno di un blocco di grafite pura che rallentava i neutroni. Fu questo il primo «reattore nucleare».