Nato nel 1930 è stato giornalista, attivista politico di estrema destra, agente «Zeta» del Sid (Servizio informazioni Difesa). Nel 1966 inizia la sua collaborazione stabile con il servizio segreto militare, guidato prima dall’ammiraglio Eugenio Henke e poi dal generale Vito Miceli. Quando passa all’ufficio D (Difesa) gli danno il nome in codice «Zeta».

Entra nell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) perché chiamato in causa prima da Giovanni Ventura, che dice di avergli passato informazioni su Franco Freda da trasmettere al Sid, poi da un amico di Freda, Marco Pozzan, secondo il quale anche Giannettini era presente a una riunione tenuta a Padova il 18 aprile 1969 in cui la cellula nera veneta aveva deciso di pianificare una serie di attentati. Il 9 aprile 1973 fugge all’estero con l’aiuto del Sid, il 15 maggio riceve un avviso di garanzia, in giugno sfugge a un attentato a Parigi, il 3 settembre è indiziato per la strage di piazza Fontana. Il 20 giugno 1974 Andreotti, ministro della Difesa, rivela in un’intervista che è un agente del Sid. «Due mesi dopo, “bruciato” da questa autorevole ammissione, l’agente Zeta si costituisce all’ambasciata italiana di Buenos Aires.Condannato in primo grado all’ergastolo per strage al processo di Catanzaro (23 febbraio 1979), viene poi assolto in appello (20 marzo 1981).

Vive «gli ultimi anni della sua esistenza in miseria a Roma, in un edificio delle case popolari nella borgata Fidene, ammalato gravemente, reso cieco dal diabete, ignorato dai suoi vecchi “amici”. (…) La sua scomparsa passa volutamente sotto silenzio. Quattro le persone che lo accompagnano mestamente al cimitero. Tra queste una sua amica, la saggista Mary Pace, che lo ha seguito negli ultimi anni della sua esistenza e recentemente ha scritto un libro su di lui: Piazza Fontana. L’inchiesta: parla Giannettini».