Nel 1986, durante il maxiprocesso, viene ucciso un bambino di 11 anni di nome Claudio Domino. Era il figlio del titolare dell’impresa di pulizia incaricata di pulire le aule dell’aula bunker del carcere L’Ucciardone di Palermo dove si celebrava il primo maxiprocesso alla mafia.

L’ipotesi che circola sui giornali e tra gli inquirenti è che i famigliari del piccolo Claudio siano stati avvicinati dagli imputati o dai loro sodali all’esterno per ottenere qualche favore, per esempio per aprire un canale di comunicazione tra imputati e organizzazione, e che di fronte a un loro rifiuto, sia scattata la rappresaglia mafiosa. Nel corso di un’udienza l’imputato Giovanni Bontade si alza nella sua gabbia, chiede la parola al presidente e dice: «Presidente, noi vogliamo fugare ogni sospetto[…] Noi rifiutiamo l’ipotesi che un simile atto di barbarie ci possa solo sfiorare. Noi siamo uomini, abbiamo figli. Esterniamo il nostro dolore alla famiglia di Claudio». Come racconta Pietro Grasso, all’epoca giudice a latere, «con quella dichiarazione di Bontate, per la prima volta un mafioso pronunciò la parola ‘noi´: noi, significava noi mafiosi. Loro stessi ammettevano la loro esistenza. Era senza precedenti». Per via di questo comunicato, i Corleonesi decisero l’eliminazione di Bontate, che venne ucciso dal suo luogotenente Pietro Aglieri insieme alla moglie Francesca Citarda nel settembre 1988. In seguito alla sua uccisione, Aglieri prese il comando della Famiglia di Santa Maria di Gesù