Su Giorgio Ambrosoli nel 2013 è stato realizzato uno spettacolo teatrale con Luca Maciacchini. Ambrosoli fu assassinato l’11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività Ambrosoli stava indagando, nell’ambito dell’incarico di commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana. Cresciuto in un ambiente conservatore, aveva militato nell’Unione monarchica e nella Gioventù liberale. Chiamato a dipanare la matassa del crack Sindona, non fece sconti a nessuno. Il finanziere siciliano era protetto da Giulio Andreotti e dalla sua corrente Dc, aveva stretti legami con il Vaticano dove, all’epoca, imperversava Paul Marcinkus con il suo Ior, con la mafia, con la massoneria più torbida, quella P2 di Licio Gelli che fu scoperta solo parecchi anni dopo. Ma Ambrosoli non si fece mai intimidire e completò il suo lavoro nonostante gli avvertimenti e le minacce. Era un eroe borghese, come lo definì Corrado Stajano in un bel libro (Einaudi) del 1991, che il 25 febbraio del 1975, dopo aver completato la ricostruzione dello stato passivo della Banca privata, scrisse alla moglie: «A quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito». Lo racconta il figlio Umberto in un libro uscito da poco Qualunque cosa succeda (Sironi).