Nato a Genova nel 1927, Gino Giugni è  stato il «padre» dello Statuto dei lavoratori. E ancor prima, da raffinato giurista, ha dato dignità e autonomia al diritto sindacale con un saggio (Introduzione allo studio dell’autonomia collettiva) divenuto un caposaldo per gli studiosi del settore. Ha riformato le liquidazioni degli italiani, «inventando» il Tfr (il trattamento di fine rapporto),  poi, insieme a Carlo Azeglio Ciampi, ha scritto la “costituzione” delle relazioni sindacali con il Protocollo del luglio 1993. Nell’83 venne gambizzato dalle Brigate Rosse. E’ stato senatore, ministro del Lavoro e nel ’92 candidato del Psi alla presidenza della Repubblica: la strage di Capaci, con l’uccisione di Giovanni Falcone e della sua scorta, accelerò la votazione a favore di Oscar Luigi Scalfaro.
Lo Statuto ha cambiato l’Italia, aggiornato i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro, valorizzato il ruolo dei sindacati. E, nonostante vari tentativi, resiste dopo quarant’anni.La conclusione della sua autobiografia (La memoria di un riformista) esprime profonda malinconia: «Pensando al futuro, spero che il centrosinistra riesca a costruire un progetto politico riformista credibile, che possa portare davvero a una nuova stagione della politica italiana. Mi auguro, almeno, di non vedere più un partito socialista schierato con la destra»