Il giorno successivo all’omicidio, Walter Tobagi, il giornalista che sarebbe stato a sua volta ucciso da terroristi, scrisse sul Corriere della Sera: «Sarà per quella faccia mite, da primo della classe che ci lascia copiare i compiti, sarà per il rigore che dimostra nelle inchieste, Alessandrini è il prototipo del magistrato di cui tutti si possono fidare; era un personaggio simbolo, rappresentava quella fascia di giudici progressisti, ma intransigenti, né falchi chiacchieroni, né colombe arrendevoli». Spataro in “Ne valeva la pena” (Laterza 2010) ne ricorda “l’umanità straripante”. Perfino i condannati in processi da lui istruiti tornavano a salutarlo per ringraziarlo per come li aveva trattati. Furono Sergio Segio e Marco Donat Cattin a ucciderlo. Michele Viscardi e Umberto Mazzola coprivano loro le spalle. Alla guida dell’auto per la fuga c’era Bruno Russo Palombi. Furono tutti presi tra la metà del 1979 e la fine dell’80; Viscardi, Mazzola e Donat Cattin divennero collaboratori di giustizia. Segio rimase latitante fino all’inizio dell’83. “Ci sentivamo in guerra” scrive Segio in Una vita in Prima Linea (Rizzoli, 2006). «Alessandrini per noi rappresentava lo Stato, la magistratura che gestiva le leggi di emergenza e che aveva accettato la delega da parte della politica per contrastare i movimenti e sconfiggere le organizzazioni armate». «Prima Linea uccide il giudice di Piazza Fontana perché è attraverso simili uomini che lo Stato evolve, matura, migliora» scrive Giuliano Boraso in Mucchio selvaggio (Castelvecchi 2006). Osserva Corrado Stajano ne L’Italia nichilista (Einaudi 1992), un libro fondamentale: «Attaccare la magistratura fa parte della linea politica dell’organizzazione, soprattutto la magistratura di principi democratici, perché ritenuta dotata di una maggiore capacità culturale di capire e di colpire la lotta armata».