Carlo Levi, scrittore e pittore, ha legato il suo nome a Cristo si è fermato ad Eboli, pubblicato con Einaudi nel 1945 e considerato uno dei libri più importanti della letteratura italiana del ‘900, perchè racconta le condizioni di arretratezza delle zone tra la Campania e la Basilicata dove Levi era stato in confino durante il fascismo. Indicativo è l’incipit del libro: “Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia. Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò mai mantenerla. Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte. – Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli –. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla piú che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie…”. Oggi, quelle stesse zone, come tutto il Sud Italia, sono teatro di uno sfruttamento che non conosce precedenti di lavoratori migranti, costretti in schiavitù a lavorare nei campi per soddisfare la domanda della grande industria alimentare italiana. Gli episodi raccontati sono tratti da specifiche denunce di Libera e Cgil, ma casi analoghi si registrano in tutto il resto del Paese, ed anche al Nord.