Carlo Alberto Dalla Chiesa fu l’uomo a cui lo Stato si rivolse, per sconfiggere la nuova emergenza del paese: la mafia. Arrivato a Palermo il 30 aprile nel 1982, Dalla Chiesa resterà per tutti il “prefetto dei cento giorni”. Venerdì 3 settembre 1982, alla 21 il nuovo prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sta andando a cena con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro, di scorta li segue un’Alfetta guidata dall’agente Domenico Russo. Giunti in Via Isidoro Carini sopraggiungono due motociclette e un’auto che affiancandosi all’A112 del generale aprono il fuoco a colpi di kalashnikov uccidendoli sul colpo. Sul luogo dell’eccidio, un anonimo cittadino lascia un cartello affisso al muro. Poche parole che in breve fanno il giro del mondo: “Qui è morta la speranza dei siciliani onesti”. Pochi giorni dopo, il 5 settembre, durante i funerali il cardinale di Palermo Pappalardo rompe il silenzio della Chiesa ufficiale sul problema mafia. Ha parole durissime, citando un famoso passo di Tito Livio: “Dum Romae consulitur… Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata – tuona dal pulpito – E questa volta non è Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra”. E al termine della messa, volano insulti e monetine all’indirizzo dei rappresentanti dello Stato e dei politici presenti: la reazione spontanea di tanta gente stanca, che in quel prefetto aveva riposto le proprie speranze. Sull’omicidio del padre, Nando Dalla Chiesa ha scritto nel 1984 Delitto imperfetto. Luciano Mirone ha pubblicato nel 2012 per Castelvecchi A Palermo per morire.