Per una decina di giorni, Cesare fu tenuto nascosto in un garage non lontano da Pavia. Poi venne trasferito in Aspromonte, dove fu tenuto segregato in tre diversi nascondigli. Dopo un’iniziale richiesta di riscatto di otto miliardi di lire, i rapitori scesero a un miliardo: fu la somma che il padre Luigi pagò alla vigilia di Ferragosto del 1988. Ma l’anonima rilanciò e chiese altri cinque miliardi. I contatti tra la famiglia ed i sequestratori si fecero meno frequenti anche per l’intervento della magistratura che dispose il blocco dei conti correnti. Tutto questo, però, non fermò l’ostinazione di Angela Casella, che nell’estate del 1989 scese da sola in Calabria. Si incatenò nelle piazze, dormì in una tenda, chiese ed ottenne la solidarietà delle donne calabresi. “Lo Stato in catene a Locri” titolarono i giornali e la foto di Madre Coraggio incatenata finì anche sul Time e su numerosi giornali stranieri. Il sequestro Casella, del resto, diventò un caso spinoso anche per il governo guidato da Giulio Andreotti. Lo Stato si mobilitò, stringendo il cerchio attorno all’anonima sequestri sino alla liberazione di Cesare Casella, la sera del 30 gennaio 1990.